A partire dal 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi congiunti e coordinati contro diversi obiettivi in Iran, dando avvio a un conflitto che interessa l’intera area mediorientale e, in particolare, le nazioni che si affacciano sul Golfo Persico e sul Golfo dell’Oman. Le operazioni, denominate Roaring Lion da Israele e Epic Fury dagli Stati Uniti, hanno preso di mira principalmente alti funzionari iraniani, comandanti militari e infrastrutture strategiche. In risposta, l’Iran ha lanciato l’Operazione True Promise IV, con un chiaro richiamo alle precedenti azioni militari condotte contro Israele, riunite anch’esse sotto il nome di True Promise.
Fin dai primi giorni di guerra, le ripercussioni si sono estese a tutto il sistema energetico globale, soprattutto a causa dell’interruzione del passaggio nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas.1
L’Iran ha dichiarato chiuso il passaggio per lo Stretto, minacciando attacchi contro qualsiasi nave in transito: al momento della scrittura di questo articolo, dieci tanker sono stati colpiti da missili iraniani e molte altre unità risultano bloccate in attesa di condizioni più sicure.2 Inoltre, Teheran avrebbe iniziato a disseminare mine antinave lungo lo Stretto per ostacolare ulteriormente la navigazione. Gli Stati Uniti, da parte loro, affermano di aver colpito numerose unità militari iraniane, tra cui sedici navi posamine.3 Il risultato di queste operazioni è un accumulo di centinaia di imbarcazioni nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman, con un traffico che nei primi giorni è stato ridotto fino all’80% rispetto alla settimana precedente del conflitto.4
Il collasso del transito marittimo è evidente: il 1° marzo il passaggio attraverso lo Stretto è sceso a circa 1 milione di tonnellate di portata lorda al giorno contro una media di oltre 10 milioni a gennaio. In quelle ore è stata registrata una sola petroliera in transito, mentre a nessuna nave con a bordo Gas Naturale Liquefatto (GNL) è stato consentito il transito.5
Parallelamente, si è aggravata la situazione anche al di fuori dello Stretto. Diverse sono le infrastrutture energetiche regionali che hanno subito danni significativi o sono state chiuse in via precauzionale. Tra i casi più rilevanti si segnalano:
Dal 1° marzo si segnalano esplosioni anche presso l’isola iraniana di Kharg, dove vengono processati quasi il 90% dei flussi petroliferi del Paese, pari al 4,5% della produzione mondiale; al momento, però, non sono disponibili informazioni dettagliate sui danni agli impianti.11 Ci sono tuttavia conferme su diverse infrastrutture iraniane colpite, tra cui: il deposito petrolifero di Aghdasieh, nel nord-est di Teheran; la raffineria di Teheran nel sud; il deposito petrolifero di Shahran, nella parte occidentale di Teheran, e un deposito petrolifero nella città di Karaj.12
Ma non sono solo le infrastrutture energetiche a essere prese di mira. Il 7 marzo sarebbe stato colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola iraniana di Qeshm; il giorno successivo, è stato colpito un impianto di desalinizzazione in Bahrein e dei serbatoi di carburante nell’aeroporto internazionale del Kuwait.13
Gli attacchi hanno costretto alcuni produttori a fermare o ridurre l’estrazione di petrolio e gas. Sempre il 7 marzo la Kuwait Petroleum Corporation ha iniziato a tagliare la produzione di petrolio, aggiungendosi alle riduzioni già annunciate da Iraq e Qatar.14
L’inasprirsi del conflitto ha spinto inoltre i Protection and Indemnity (P&I) Clubs, sostenuti dagli assicuratori, a ritirare dal 5 marzo la copertura warrisk per tutte le navi operanti nelle acque iraniane, nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz.15 Le assicurazioni rimangono disponibili solo tramite buyback per singoli transiti, ma a premi quadruplicati o quintuplicati e con condizioni molto restrittive, riflettendo un rischio crescente e difficilmente prevedibile.16
Nel complesso, l’intreccio tra blocco marittimo, chiusura degli impianti energetici e mancata copertura assicurativa delle navi sta generando uno shock simultaneo alla produzione e al trasporto di petrolio e gas, con forti ripercussioni globali destinate ad aumentare finché il blocco rimarrà attivo.
Lo scoppio del conflitto ha avuto un forte effetto sui prezzi di petrolio e gas. Basti pensare che il 2 marzo, dopo l’annuncio di QatarEnergy di aver interrotto la produzione di GNL a causa degli attacchi iraniani, i prezzi del gas naturale in Europa sono aumentati di quasi il 50%.17
Concentrandosi esclusivamente sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, emerge un quadro in cui l’Europa subisce conseguenze particolarmente gravi, con l’Italia fra i Paesi più esposti agli effetti sul mercato del gas. Secondo alcune stime, un blocco prolungato renderebbe l’Europa l’area più colpita: poiché in Asia l’impatto a livello di volumi della chiusura dello Stretto sarebbe particolarmente marcato, parte dei flussi di GNL — soprattutto quello statunitense — verrebbe verosimilmente dirottata dai mercati europei verso quelli asiatici. L’Europa perderebbe quindi una quota significativa delle proprie forniture di GNL, sia a causa del calo di import proveniente dal Medio Oriente sia per il potenziale dirottamento delle altre rotte globali verso l’Asia.18
La contrazione della domanda risulterebbe leggermente inferiore rispetto al calo delle importazioni, poiché sia la Cina sia l’Europa ricorrerebbero alle scorte esistenti per compensare il deficit. L’aspettativa sarebbe poi quella di rifornire nuovamente gli stoccaggi negli anni successivi, una volta normalizzati i flussi di GNL dal Medio Oriente.
La forte riduzione dell’offerta globale di GNL comporterebbe comunque un deciso aumento dei prezzi del gas. Sempre assumendo un blocco di lungo periodo, le stime indicano che lo shock dei prezzi dovuto alla perdita delle forniture mediorientali sarebbe paragonabile a quello registrato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina: i prezzi spot e quelli degli hub europei e asiatici potrebbero infatti avvicinarsi ai 30 dollari per MMBtu (Million British Thermal Units).
Le infrastrutture alternative allo Stretto
A fronte del rischio sistemico rappresentato dal chokepoint dello Stretto di Hormuz, negli anni alcuni dei Paesi del Golfo hanno sviluppato infrastrutture terrestri alternative per ridurre la propria dipendenza da questa rotta. Le principali sono descritte di seguito.
East-West Pipeline (Petroline), Arabia Saudita. La più rilevante infrastruttura alternativa è l’East-West Pipeline, nota anche come Petroline, gestita dall’Arabia Saudita. Questo oleodotto si estende per 1.200 chilometri attraverso la Penisola Arabica, collegando i pozzi petroliferi di Abqaiq — nella Provincia Orientale — con il porto di Yanbu sul Mar Rosso (Fig. 3). Fu costruita negli anni Ottanta, quando il timore che il conflitto tra Iran e Iraq potesse interrompere i traffici attraverso lo stretto di Hormuz spinse a cercare rotte alternative.
Capacità: La pipeline ha una capacità nominale di 5 milioni di b/g, anche se la capacità operativa può variare in base alle condizioni di manutenzione e mercato. Nel 2019 si raggiunse la massima capacità di 7 milioni di b/g. Grazie a questo corridoio, l’Arabia Saudita può esportare il proprio greggio direttamente attraverso il Mar Rosso, bypassando completamente sia lo Stretto di Hormuz sia lo Stretto di Bab el-Mandeb, un altro cruciale chokepoint nel Corno d’Africa.19
Tuttavia, nonostante la sua importanza come asset strategico per Riyadh, la Petroline non offre soluzione agli altri produttori del Golfo. Kuwait, Iraq, Qatar e Iran non hanno accesso diretto a questa infrastruttura e rimangono quindi pienamente dipendenti dallo Stretto di Hormuz per le loro esportazioni.
Fig. 3: mappa dell’East-West pipeline, Arabia Saudita
Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP), Emirati Arabi Uniti Negli Emirati Arabi Uniti è presente l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP), completata nel 2011 e conosciuta anche come pipeline Habshan-Fujairah. Questo oleodotto di 380 chilometri parte dai giacimenti onshore di Habshan, nell’entroterra di Abu Dhabi, e raggiunge il porto di Fujairah, affacciato sul Golfo dell’Oman — a sud dello Stretto di Hormuz, quindi già nel mare aperto (Fig. 4).20
Capacità: Con una capacità di circa 1,8 milioni di b/g, ADCOP consente agli Emirati Arabi di esportare una quota significativa della propria produzione petrolifera direttamente verso l’oceano aperto, aggirando completamente lo Stretto. Il porto di Fujairah è stato nel tempo sviluppato come un importante hub globale per il trading e lo stoccaggio di petrolio, aumentando ulteriormente il suo valore strategico.21
Fujairah si posiziona come alternativa resiliente proprio perché si trova al di là dello Stretto. Questo la rende un nodo logistico di primaria importanza in scenari di crisi, seppur limitato dalla ridotta capacità rispetto ad altri condotti della regione, fatto che impedisce alla pipeline di rappresentare un’alternativa valida allo Stretto.
Iraq Pipeline to Ceyhan (Turkish Pipeline) L’Iraq ha storicamente potuto contare sull’Iraq-Turkey Pipeline (970 km), che collega i giacimenti petroliferi settentrionali di Kirkuk con il porto di Ceyhan, sul Mediterraneo turco (fig. 5).22 Questo percorso alternativo permetterebbe alle esportazioni irachene di raggiungere i mercati internazionali senza passare per il Golfo Persico.
Tuttavia, questa rotta è stata afflitta da continue interruzioni dovute a controversie politiche, problemi di sicurezza e difficoltà tecniche. Le esportazioni attraverso questo oleodotto sono state sospese da marzo 2023 a seguito di una decisione dell’Iraq, e il suo futuro rimane incerto, rendendolo un’alternativa inaffidabile per le esportazioni irachene.23
Pipeline Goreh-Jask, Iran Anche l’Iran ha sviluppato una propria soluzione di bypass. La pipeline Goreh-Jask (1100 km), aperta con un primo carico inaugurale nel luglio 2021, trasporta petrolio verso un terminale situato sul Golfo dell’Oman, permettendo le esportazioni senza attraversare lo stretto (Fig. 6).24
Capacità: la capacità effettiva della pipeline rimane intorno ai 300.000 b/g (con capacità massima teorica di 1 milione di barili al giorno), una quota comunque molto inferiore alla produzione totale iraniana.25
Nel complesso, mentre la pipeline irachena ad oggi è ancora chiusa e soggetta a lavori, e i condotti iraniani non sono considerabili a causa dell’implicazione del Paese nella guerra, le uniche alternative praticabili parrebbero essere i condotti degli altri Paesi arabi. Tuttavia, sebbene Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongano di infrastrutture alternative che permetterebbero di aggirare lo Stretto di Hormuz, la capacità aggiuntiva realmente disponibile in caso di emergenza è limitata. Sommando la capacità non utilizzata delle loro pipeline, secondo EIA, si ottiene solamente un potenziale di circa 2,6 milioni di b/g reindirizzabili al di fuori dello stretto; mancherebbero quindi 17,1 milioni di b/g per pareggiare con quanto transitato dallo Stretto nel primo trimestre del 2025 in termini di petrolio e prodotti petroliferi.26
Conclusioni
Il conflitto in Medio Oriente ha riportato con forza l’attenzione sul ruolo essenziale del Golfo Persico e del Golfo dell’Oman come snodi dell’economia energetica globale. Gli attacchi a impianti strategici in Qatar, Arabia Saudita, Iraq, Israele e Iran hanno ridotto in modo significativo la disponibilità di petrolio e GNL immessa sui mercati internazionali, mentre il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz ha evidenziato la fragilità strutturale della principale via di transito degli idrocarburi della regione.
Le dinamiche osservate confermano che l’infrastruttura logistica del Golfo non dispone di capacità alternative sufficienti. La quasi totalità dei flussi energetici del Medio Oriente passa obbligatoriamente attraverso Hormuz: quando il traffico si ferma, le esportazioni si arrestano, indipendentemente dalle capacità produttive dei singoli Paesi. Le rotte terrestri disponibili – come la Petroline saudita o l’ADCOP degli Emirati – forniscono un supporto utile ma non paragonabile ai volumi movimentati via mare. Altre alternative, come i corridoi iracheni verso Ceyhan o la pipeline iraniana Goreh Jask, risultano tecnicamente o politicamente non operative nel contesto attuale.
Ne emerge un quadro chiaro: un blocco prolungato dello Stretto non ha soluzioni immediate, perché nessuna infrastruttura esistente è in grado di assorbire anche solo una frazione dei volumi normalmente in transito. Ciò si traduce in uno shock simultaneo su disponibilità, prezzi, noli marittimi, assicurazioni e programmazione industriale.
Per le imprese italiane lo scenario attuale non rappresenta soltanto un evento geopolitico, ma un rischio operativo e strategico che incide su filiere essenziali: energia, chimica, logistica, manifattura, trasporti e servizi ad alta intensità energetica.
Da questo punto di vista, la crisi rende sempre più evidente la necessità di:
In un mondo caratterizzato da instabilità ricorrenti, la resilienza energetica diventa una leva competitiva. Le imprese che sapranno diversificare, pianificare e investire in anticipo saranno meglio posizionate per attraversare crisi simili, trasformando una vulnerabilità sistemica in un vantaggio strategico di lungo periodo.
Note:
[1] U.S. Energy Information Administration, “Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint”, 16 giugno 2025 (link) & U.S. Energy Information Administration, “About one-fifth of global liquefied natural gas trade flows through the Strait of Hormuz”, 24 giugno 2025 (link).
[2] SkyNews, “Dark ships and shadow fleets – what is crossing ‘closed’ Strait of Hormuz?”, 11 marzo 2026 (link).
[3] BBC News, “US strikes minelaying ships in Iran after warning of ‘intense’ day of bombing”, 11 marzo 2026 (link).
[4] The Guardian, “Iran has largely halted oil and gas exports through strait of Hormuz”, 3 marzo 2026 (link).
[5] Lloyd’s List, “Strait of Hormuz transits collapse as shipping’s risk appetite is tested”, 2 marzo 2026 (link).
[6] Al-Jazeera, “Gas prices soar as QatarEnergy halts LNG production after Iran attacks”, 2 marzo 2026 (link).
[7] Euronews, “Drones hit Saudi Ras Tanura refinery as Iran strikes targets across region”, 2 marzo 2026 (link).
[8] Reuters, “UAE oil giant ADNOC shuts Ruwais refinery after drone strike, source says”, 10 marzo 2026 (link).
[9] Reuters, “Qatar LNG, Saudi refinery, Israeli oil, gas fields down due to Mideast strikes”, 2 marzo 2026 (link).
[10] Ocean Energy Resources, “Chevron declares force majeure as Israel shuts Leviathan gas field”, 4 marzo 2026 (link).
[11] Reuters, “Qatar LNG, Saudi refinery, Israeli oil, gas fields down due to Mideast strikes”, 2 marzo 2026 (link).
[12] Reuters, “Iran oil facilities hit for first time as war with US-Israel enters day 9”, 8 marzo 2026 (link).
[13] France24, “Kuwait airport, Bahrain desalination unit struck as Iran presses Gulf attacks”, 8 marzo 2026 (link).
[14] Reuters, “Kuwait declares force majeure, cuts crude oil output due to Middle East conflict”, 7 marzo 2026 (link).
[15] Seaemploy.com, “War Risk Insurance 2026: Statements from P&I Clubs”, 4 marzo 2026 (link).
[16] Lloyd’s List, “No, P&I clubs have not ‘cancelled war risk cover”, 4 marzo 2026 (link).
[17] Al-Jazeera, “Gas prices soar as QatarEnergy halts LNG production after Iran attacks”, 2 marzo 2025 (link).
[18] The Oxford Institute for Energy Studies, “Closing the Strait of Hormuz: Impact on the Global Gas Market”, giugno 2025 (link).
[19] U.S. Energy Information Administration, “Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint”, 16 giugno 2025 (link).
[20] Offshore Technology, “Abu Dhabi Crude Oil (Habshan-Fujairah) Pipeline Project”, 10 febbraio 2010 (link). DeepResource, “United Emirates Habshan-Fujairah pipeline”, 9 giugno 2012 (link).
[21] U.S. Energy Information Administration, “Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint”, 16 giugno 2025 (link).
[22] Global Energy Monitor Wiki, “Kirkuk-Ceyhan Oil Pipeline” (link).
[23] Nordic Monitor, “Turkey suffers heavy losses as Iraq-Turkey pipeline remains shut amid corruption and diplomatic deadlock”, 27 giugno 2025 (link).
[24] Global Energy Monitor Wiki, “Goureh-Jask Crude Oil Pipeline” (link).
[25] U.S. Energy Administration Information, “Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint”, 16 giugno 2025 (link).
[26] Ibid.
Con il contributo di: Luca Frigerio
